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giovedì 23 settembre 2021

Wormhole


A parte il crepitare dei tuoni, qui regna il silenzio.

Sono sola e posso leggere le mie parole in totale tranquillità, in particolare quelle dell’ultimo post di questo blog, nel lontano 2016. Leggo e sorrido, perché percepisco il mio stato d’animo di quel periodo. Ero rassegnata e stanca. “Gape” è una specie di lettera di dimissione, un addio al mio passatempo preferito, alla scrittura. Amo leggere e per fortuna non ho mai smesso; amo anche scrivere ma con la scrittura purtroppo è stato un rapporto totalmente diverso, inesplicabile. In quel post leggo: “Forse dovrei veramente riprendere a scrivere per acquietare il mio stato d’animo”, già, forse dovrei proprio.

“L’infinito NoN esiste” non vuole essere uno di quei stupidi diari personali da prima liceo ma semplicemente uno spazio in cui racconto la mia psiche inventando storie o poesie, come ad esempio “La coscienza di una donna”, percepisco ancora la mia avversione profonda di quel lontano febbraio 2009, ero abbattuta e arrabbiata per tutto quello che ha dovuto subire Eluana Englaro. Ancora oggi non riesco a concepire come si possa vivere in uno stato vegetativo per ben 17 anni, è la peggior tortura che si possa infliggere a qualsiasi essere vivente, oltreché il peggior modo di togliere la dignità. L’eutanasia è un argomento che mi ha sempre interessato, a mio parere è fondamentale avere una buona legge che rispetti le volontà delle persone gravemente malate, ecco perché circa un mese fa ho deposto la mia firma in comune per il Referendum per l’eutanasia legale e mi sono poi impegnata a pubblicizzare il più possibile questa grande opportunità.

Temi come questi mi portano a voler continuare a scrivere, sovente sento la necessità di riprendere questa attività per esternare le mie emozioni ma sopratutto per sviluppare meglio le mie idee. Quando non ho l’opportunità di esprimere i miei pensieri a qualcuno, o perché devo ancora elaborare meglio un concetto o perché il mio interlocutore non sa ascoltare, proverò a trascriverli di petto come sto facendo adesso. La costanza non è mai stato il mio punto forte però, chissà se questa volta sarà diverso. 

Mi piace immaginarmi compiuta e attempata a rileggere questo blog e rivivere i miei pensieri degli anni fiorenti, sarà un po’ come scartare un pacco regalo spedito da me dal passato. 

Mi ha fatto piacere rileggermi, le mie prime  postille scritte da ragazza come ad esempio “Ultima partita” mi spingono a provare un profondo sentimento di affetto. Ricordo che fin da piccolissima chiudevo gli occhi e speravo che comparisse una specie di wormhole che mi permettesse di incontrare la me stessa di venti o trent’anni più vecchia ed avere così l’opportunità di ricevere consigli su cosa fare e come comportarmi in determinate situazioni, avrei ottenuto la soluzione a qualsiasi mio problema. Lo so che sembra un’idea assurda e irrealizzabile ma perlomeno posso far accadere il contrario, ovvero posso rivivere in futuro le mie prospettive di oggi. Quanto bello sarebbe se ognuno di noi avesse e condividesse un blog del genere? Avrei finalmente l’opportunità di saper leggere dentro le persone. A volte abbiamo la convinzione di comprendere a menadito un conoscente, e se invece il nostro giudizio fosse prettamente sbagliato? Un blog personale e sincero come questo farebbe comodo un po’ a tutti.


Mi rivolgo a te, vecchia Jessica, qui sotto ti regalo il mio racconto. So bene che quella sera è successo realmente. Spero di ricontrarti di nuovo.
   

Non ho sonno, la mamma ci manda a letto sempre troppo presto, che nervi.

La stanza è buia ma riesco a intravedere bene la sagoma della scrivania che divide il mio letto da quello di mio fratello, lui ancora non dorme, lo sento da come respira, ma so che non mancherà molto. Ho tantissimi pensieri per la testa e ho paura che domani la professoressa possa interrogarmi, e io come sempre non mi sento pronta, non ho studiato a sufficienza. 

Cerco quindi di calmarmi, tengo gli occhi bene aperti e immagino il mio wormhole, e la magia avviene quando mio fratello cade all’improvviso in un sonno profondo, nel bel mezzo della stanza si forma una piccola sfera vorticosa di colore acquamarina fluorescente e a ogni turbinio diventa sempre più grande fino a raggiungere le dimensioni di una porta. In quel momento scendo dal letto e senza indugiare varco la soglia. Dall’altra parte entro nella mia stessa stanza ma c’è una donna che mi sorride seduta sul mio letto. So chi è, sono io. Ricambio il sorriso, la guardo ammaliata e impaziente le pongo subito la fatidica domanda, quella che mi ronza in testa da diverse notti insonni -Morirò a 35 anni?-


Lei mi guarda sbalordita e a voce bassa si decide di rispondere - ma perché da piccola ho sempre avuto questa brutta sensazione, e poi perché proprio 35 anni? Perché prevedi una morte precoce? -

Senza batter ciglio le dico che non è una morte prematura, lei non è giovane, a 35 anni si è ormai vecchie da un bel po’.

Il perché sia convinta della mia morte a quell’età non saprei spiegarlo, è una percezione che mi assilla ogni sera. La consapevolezza di questa realtà esterna si è talmente radicata in me che è diventata quasi una convinzione. La vedo corrugare la fronte mentre mi ascolta attentamente, e mi viene quasi da ridere, è palese che sia vecchia, come fa a non accorgersene?

Abbiamo lo stesso colore di capelli ma lei ha un bellissimo taglio corto, per fortuna non è cicciona e ha due curiosi anellini alla membrana che divide le due narici, che posto curioso, non li avevo mai visti prima d’ora,  ma papà e mamma gliel’hanno lasciato fare?

Ora la vedo fissare il parquet, è assorta nei sui pensieri, sta forse cercando le parole giuste per dirmi che sì, avevo perfettamente ragione, che sarei morta in un incidente stradale o a causa di un cancro, magari simile a quello di mia cugina. Finalmente distoglie lo sguardo da terra e si decide a parlarmi - Tra poche settimane compierò 36 anni, come vedi sto bene. Abbiamo una bella differenza di età io e te, e ti posso dire che negli anni che ci dividono sono cambiate moltissime cose, ma preferirei non raccontartele. So perfettamente che non condividi questa mia decisione ma sappi che alcuni cambiamenti, perlomeno quelli importanti e sconvolgenti, non sono accaduti a causa tua, sono successi e basta. E sì, a 35 anni ti sarà tolto qualcosa, ma non la vita. Tu ancora non lo sai ma sei una persona di carattere forte e fino a qui hai saputo cavartela bene. E ti prego, studia un pochino di più, me lo prometti? -

Che palle! Mi pare di sentir parlare mia madre. 

-Ho un’altra curiosità e vorrei che tu mi rispondessi almeno a questa domanda. Se mi rispondi ti prometto che studierò di più. Ci stai?- Ride a bocca aperta e si rende subito conto di aver  alzato troppo la voce, così copre la bocca con tutte e due le mani e guarda subito nella direzione di nostro fratello assicurandosi di non averlo svegliato. Scuote la testa in segno di consenso e mi fissa intensamente,  solo in quel momento ho la sensazione di conoscerla da sempre, realizzo che sto guardando i miei stessi occhi, diamine, quella sono io. 

-Avrò figli?-  

Lei non sembra stupita questa volta dalla mia domanda, non cambia espressione né posa e senza ragionarci troppo mi risponde imperterrita con un semplice no. 

- Perché? - 

Mi è uscito di bocca senza riflettere, forse sono troppo indiscreta e a me non interessa veramente sapere il motivo, un semplice avverbio di negazione mi sta bene. Sto per ritirare la domanda ma lei mi precede - Non li voglio, non li ho mai voluti. O forse è vero il contrario? Cosa mi dici in proposito? Tu li vorrai? -

Ma per che cavolo le ho fatto sta domanda? A pensarci bene ancora non lo so, a volte giocando con la mia amica fingiamo di essere mamme, mi ci sono immedesimata senza problemi, ma non ci ho mai ragionato seriamente. 

-Non saprei, no, non li voglio neanch’io -

Meglio non deluderla.

All’improvviso i miei occhi si fanno sempre più pesanti, non riesco più a tenerli aperti, mi sento scivolare via, batto le ciglia una, due, tre volte e poi il buio più profondo, come se qualcuno mi avesse iniettato dell’anestesia.
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venerdì 19 settembre 2008

Ottobre, il mese della fragranza

La stagione sta cambiando e non è l’unica a farlo.
Gli alberi cambiano sfumature e sfoltiscono la chioma, un po' anch’io, scurisco il colore dei capelli e modifico il taglio. Finalmente la gente incomincia a cinguettare di meno, poiché si appresta ad altro, e così ritrovo più spazio libero per me stessa. Ormai è una settimana che non respiro più quell’aria soffocante, sì, adesso l’atmosfera è sicuramente più malandrina, si diverte a punzecchiarmi il naso facendolo diventare sempre più paonazzo. Cambiano anche i gusti, sìssìsssì, i sapori diventano più ardenti e più sostanziosi. Stupendo è anche riprendere a bere, lo so che non fa bene, ma quanto bello è ingerire un’enorme quantità di cioccolata calda? Se subito dopo si ha la possibilità di infilarsi in quel bozzolo di pile e lasciarsi coccolare dalla sua morbidezza, penso sia il massimo del relax. Non vedo l’ora che arrivi Ottobre, è l’unico mese in cui riesco a percepire mille odori diversi, non apposta mi lascia sempre quella sua scia seducente che m’induce a chiudere gli occhi e ingollarla con avidità. E poi, ogni anno Ottobre mi regala qualcosa, quanto vorrei poter assaporare quella meravigliosa fragranza che da troppi mesi si fa desiderare, ecco, spero proprio che questo Ottobre riesca a sorprendermi, basterebbe leggermi nel pensiero.
∞S.J.∞
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sabato 9 agosto 2008

In punta di piedi




Circa 9000 anni fa nacquero le prime scarpe, ed oggi, per mia somma disgrazia, la calzatura è divenuta un oggetto feticcio. Ogni popolazione ha ideato il proprio modello di calzatura, in base alle condizioni climatiche e sociali, ma alcuni prototipi sono, a mio avviso, pressoché discutibili per la loro evidente inefficienza.
Mi saltano in mente le scarpe di loto, per un periodo hanno avuto il loro piedistallo, le quali rendeva la deambulazione delle donne ancora più difficile, infatti in Oriente esisteva il mito del piede di loto d’oro, ossia il piede di donna che non era più lungo di quindici centimetri, a questo scopo i piedi delle bambine venivano fasciati ogni volta più stretti. Una donna cinese poteva vedere i suoi piedi solo durante il bagno o durante l’atto sessuale col marito: i preliminari infatti consistevano nello sciogliere le fasciature lunghe tre metri.
Non è meno dolorosa però la scarpa col tacco che tanto fa perdere la testa agli occidentali. Esistono migliaia di ragazze che, se potessero, scialacquerebbero un capitale pur di acquistare un’infinità (?) di scarpe, magari con tanto di tacco quindici (maledico Caterina De Medici, poiché è stata lei la prima donna che traballò, per sola vanità, su un paio di scarpe col tacco). Non detesto la scarpa, che sia chiaro, tuttavia reputo assurdo che molte donne si emozionano al pensiero di far scivolare il piede in una scarpa solamente per assumere un "must" da urlo. Pochi sanno però che i primi casi di schizofrenia sono apparsi proprio quando sono state inventate queste calzature: circa mille anni fa. Le prime scarpe con i tacchi sono comparse infatti in Mesopotamia, la stessa area nella quale sono stati osservati i primi pazienti schizoidi dai già allora psichiatri. Quando camminiamo con i piedi ben piantati per terra, secondo gli epigoni della teoria in questione, i movimenti del piede stimolano i recettori delle nostre estremità aumentando l'attività delle cellule cerebrali, sollevando il tallone, invece, i recettori vengono stimolati di meno e tutto ciò provoca una variazione nella produzione interna di dopamina (sostanza nota agli psichiatri per avere un ruolo chiave nell'insorgenza della schizofrenia) ma sono persuasa dal fatto che tutto questo bel discorso poco importa a più della metà delle donne poiché preferirebbero spendere altri ciclopici cifre dallo psichiatra piuttosto che rinunciare alle suddette scarpe. Addirittura esistono dei veri pezzi unici, come le scarpette rosse di Judy Garland ne “Il mago di Oz” che in un’asta del 1988 sono state vendute a 165 mila dollari.
La scarpa ha indubbiamente una lunga ed interessante storia, probabilmente è per tale motivo che influenza in forma radicale i presupposti naturali, propri dell’ essere uomano. Non sentite mai l’insopprimibile desiderio di abbandonare queste maledette babbucce e camminare finalmente a piedi nudi? Non preferite percepire le terminazioni corporee attraverso le quali interagiscono col mondo?
Io assolutamente sì.
Noto, giorno per giorno, di essere una scalzista, una gimnopodista, una barefooter o qualsivoglia terminologia, ma ammetto di non avere il coraggio sufficiente di mostrarmi per quella che sono realmente, poiché faccio parte di quella larga cerchia di persone condizionata dalla pedagogica razionalità sociale.
So bene che dobbiamo proteggerci dal contatto diretto con il suolo per evitare scorie taglienti e mantenere il calore in inverno, in realtà questi sono gli unici motivi validi per cui indossiamo le scarpe, ma pochi sono a conoscenza del fatto che camminare scalzi è più igienico che farlo indossando delle scarpe. Provate ad immaginare la quantità di batteri e germi che proliferano nel chiuso di una scarpa!
Insomma se “naturale è bello” perché non posso gironzolare a piedi nudi con disinvoltura?
So anche che è inutile parlarne in un blog perciò in punta di piedi mi disperdo per la mia via, intenta a non svegliare l’acume della gente.

∞ S.J.∞
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venerdì 21 marzo 2008

Post scriptum






Oggi è finalmente primavera e con essa sboccia il mio primo blog.

Arricchirò questo spazio con qualsiasi log che mi salti in mente allegando foto che rappresentino al meglio il mio post, a proposito tutte le immagini le prenderò da internet.
Questo spazio virtuale non deve necessariamente piacerti, l'importante è che piaccia a me, lo faccio per me stessa.

∞ S.J.∞
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